Viviamo un paradosso: mai come oggi i medici sono stati presenti online, eppure mai come oggi è difficile distinguere un professionista vero da chi lo imita. Il web ha disintermediato tutto: il dialogo, l’autorità, perfino la diagnosi. E nella medicina estetica questo fenomeno ha trovato il suo laboratorio più estremo.

Medicina estetica: il terreno senza regole

Non esiste una specializzazione universitaria in medicina estetica. Qualunque medico, in teoria, può esercitarla. Questo ha generato un’offerta satura e opaca, in cui si trovano:

  • professionisti competenti e formati;
  • generalisti che improvvisano;
  • operatori senza titoli che sfruttano le zone grigie del sistema.

Il risultato? Un mercato potente, ma disordinato, dove i pazienti sono lasciati soli a decidere in base a segnali deboli: il prezzo, il numero di follower, l’impatto di una foto prima/dopo. Chi ha studiato, spesso, viene confuso con chi ha solo investito in visibilità.

Il problema è culturale, non solo digitale

L’emergenza non è solo sanitaria o legale. È epistemica. Il paziente non distingue più la fonte dell’autorevolezza e, in assenza di strumenti chiari, si affida a ciò che appare rassicurante: un sito ben fatto, un influencer in camice, una promessa efficace. Poco importa se dietro c’è una laurea o solo un’idea.

Eppure, il quadro normativo non è assente: l’abuso della professione medica è un reato grave. Ma il suo monitoraggio è lentissimo, inadatto alla velocità con cui si muove l’economia dell’immagine. E, come sempre nei contesti a bassa sorveglianza, chi ha poco da perdere si butta per primo.

Certificare oggi significa tutelare il pensiero clinico

Chi gestisce una struttura sanitaria — digitale o fisica — si trova di fronte a una responsabilità nuova: non solo garantire la qualità delle cure, ma anche la tracciabilità dell’identità del medico. Non basta più che un professionista sia competente: deve essere riconoscibile, verificabile, comprensibile.

Da qui nasce l’esigenza di sistemi di certificazione digitale, capaci di tutelare:

  • il titolo di studio;
  • l’identità professionale;
  • la relazione di fiducia con il paziente;
  • la difesa da furti di immagine, fake profile e deepfake sanitari.

Non è solo cybersecurity. È legittimazione epistemica: difesa del pensiero clinico in un contesto dove tutto sembra uguale e intercambiabile.

Perché riguarda la medicina, e non solo il marketing

Molti colleghi, legittimamente, restano scettici. “La medicina si fa sul campo, non sui social”, dicono. Ed è vero. Ma oggi la prima visita spesso è la homepage, il primo contatto è una chat, la prima domanda è un dubbio espresso su Google.

Essere riconoscibili, oggi, non è una forma di autopromozione: è una forma di protezione collettiva. Non è un badge per farsi belli, ma una barriera contro chi — senza titoli, senza competenze, senza scrupoli — scivola nello spazio digitale e sfrutta l’equivoco per fare danni.

Una riflessione per i colleghi

Non possiamo continuare a credere che basti il titolo di medico per essere riconosciuti come tali. Nel nuovo contesto informativo la verità non si presume: va dimostrata, comunicata, certificata. Non per vendere, ma per difendere.

Difendere la medicina vera.
Difendere il paziente.
Difendere anni di studio da chi li riduce a un post su Instagram.

Sergio d’Arpa